Terapia psicodinamica

Glen O. Gabbard, scrive nel suo libro “Introduzione alla psicoterapia psicodinamica”, una pagina che, a mio avviso, descrive perfettamente la complessità dell’approccio psicodinamico alla persona. Credo fermamente che non sia possibile pensare di aiutare qualcuno se non partendo dalla posizione di chi si avvicina ad una realtà non riducibile a semplici etichette e protocolli di funzionamento, ma ad una complessità unica e meravigliosamente ricca, che è possibile comprendere solo all’interno di un’alleanza che ne permetta l’esplorazione.

 

“Nella maggior parte dei casi, i pazienti che iniziano una psicoterapia psicodinamica vogliono essere ascoltati, compresi e riconosciuti per ciò che sono, persone con caratteristiche uniche ed irripetibili. Molti cercano l’aiuto di un professionista perché si sentono frastornati da “qualcosa” che è per loro causa di disagio e malessere. […] L’approccio psicodinamico è particolarmente adatto per i pazienti con simili esigenze.

[…]

Nel corso dell’ultimo mese di un processo di psicoterapia dinamica a lungo termine, la signora A, una professionista di trentotto anni, parlò al terapeuta della sua esperienza di trattamento: 

Signora A: Ora credo di capire perché ci vuole così tanto tempo

Terapeuta: Cosa intende dire?

Signora A: Beh, se guardo indietro mi rendo conto di aver speso molto del mio tempo qui scappando da me stessa e da Lei. Risulta un po’ imbarazzante ammetterlo, ma temo di aver passato gran parte del primo anno, più o meno, a cercare di convincerLa che ero una persona tutto sommato sana e piacevole. A un certo punto, però, ho capito che stavo sprecando un’opportunità importante di avere qualcuno che riuscisse a conoscermi veramente, con tutti i miei difetti, in una relazione in cui non venivo giudicata ma accettata per quello che sono. Non so dove altro sia possibile oggi trovare un’occasione simile. Quindi ho finalmente abbassato la guardia e ho incominciato a dirLe tutto.

Terapeuta: Mi ricordo

Signora A: Sì, ma quello che pensavo fosse “tutto” era soltanto l’inizio. Quando credevo di aver raggiunto il piano terra della mia mente, Lei mi ha aiutata a capire che sotto c’erano scantinati, sotterranei e angoli bui di cui non avevo mai sospettato l’esistenza. Questa psicoterapia mi ha portata in luoghi dove non volevo andare.

Terapeuta: Davvero?

Signora A: O meglio, allora non ci volevo andare… ma adesso sono contenta di averlo fatto. Sono arrivata a conoscermi più profondamente, in un modo che non credevo possibile, e ci sono riuscita perché Lei vedeva in me cose che io non ero capace di distinguere. Ora, credo per la prima volta nella mia vita, ho la sensazione di essere realmente me stessa, non di dare semplicemente agli altri quello che vogliono.”

 

Troppo pensiero

“Insegnami a scordarmi di pensare”

(William Shakespeare)

L’eccessivo investimento del pensiero può essere una difesa talmente forte da impedirci di avvertire pienamente i messaggi che ci giungono dalla nostra parte emotiva.

È questo il caso, ad esempio, della volpe protagonista della favola di Esopo:

«Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: «Sono acerbi».

Questo meccanismo di difesa ci permette di dare una spiegazione razionale ad argomenti irrazionali, evitandoci di essere coscienti delle motivazioni inconsce sottese che ci portano a reagire in quel determinato modo. Per la volpe della favola, ad esempio, sarebbe stato troppo doloroso ammettere a se stessa di avere fallito, quindi fornisce a se stessa una spiegazione razionale per giustificare il mancato raggiungimento dell’obiettivo.

La stessa cosa può succedere nella realtà, quado usiamo il meccanismo della razionalizzazione, che è peraltro spesso efficace ed appropriato ma che, a volte, può essere eccessivo e portarci a non riuscire a sentire ciò che a livello emotivo temiamo possa essere “troppo”. Questo può portarci all’impossibilità di vivere pienamente le occasioni che la vita ci offre: pensiamo ad esempio ad una ragazza che desideri moltissimo uscire il sabato sera ma che non sia abbastanza sicura di sé per confrontarsi serenamente con i coetanei. Ella forse dirà a se stessa che tutto sommato preferisce rimanere a casa perché in tv c’è una serie che le interessa moltissimo, piuttosto che sentire il suo disagio personale e relazionale.

Talora la forza dell’iper=investimento del pensiero si riflette anche sulle emozioni positive, perché il soggetto che le prova inconsciamente teme di non potersi concedere di avvertirle, che sarebbero “troppo”.

Vivere la propria vita pienamente, riuscendo a sperimentare una vasta gamma di emozioni, è un desiderio primario dell’essere umano, tanto da avvicinarsi quasi ad un diritto. Per questo motivo vale la pena lavorare su queste dinamiche, rafforzando altre difese che lavorino al fianco della razionalizzazione per gestire le emozioni negative e abbassando l’intensità di questo meccanismo di difesa per permettere alle emozioni positive di essere vissute e sperimentate pienamente.

Il male di crescere

Perché un processo tanto naturale quale quello della crescita è spesso così difficile? Perché, a volte, le fasi di cambiamento evolutivo sono anche per l’adulto così delicate e portatrici di fatiche troppo pesanti per poter essere sostenute?

Tipici esempi di queste difficoltà potrebbero essere un inserimento particolarmente difficile a scuola per il bambino, momenti di grande tensione in casa per il comportamento dirompente dell’adolescente o la depressione dello studente universitario che non riesce a dare quell’ultimo esame che gli mancherebbe per concludere il suo percorso di studi, il pensionato che non trova più uno scopo per le sue giornate… Ce ne sarebbero tantissimi.

Crescere significa cambiare e cambiare significa sempre anche perdere qualcosa: il bambino dell’esempio, per poter diventare uno scolaretto dovrà perdere il suo stato di bambino piccolo dedito solo al gioco e alle coccole di parenti e maestre, assumendosi molte nuove responsabilità che implicano anche una performance cognitiva; l’adolescente dovrà perdere l’immagine di sé bambino, del suo corpo prepubere, del rapporto di vicinanza affettuosa con i genitori per prepararsi, piano piano, a separarsi dalla sua famiglia d’origine per poterne costituire una propria; lo studente universitario bloccato potrebbe inconsciamente temere di avvicinarsi al mondo del lavoro e a quello adulto e alle responsabilità che essi richiedono; il pensionato potrebbe temere la perdita del suo status di persona utile per la società, sentendosi svuotato di ogni significato.

Sono certa che, se ci pensate, ognuno di voi avrà nella mente molti esempi di quello che possiamo definire “il male di crescere”. Sono profondamente convinta che, spesso, tante di queste esperienze potrebbero essere molto più leggere se la persona fosse accompagnata da un professionista nella loro elaborazione, favorendo così il loro alleggerimento ed evitando inutile sofferenza a chi le vive e a chi gli sta intorno.

Personalmente, lavoro sempre molto volentieri a fianco di queste persone, per aiutarle a crescere in modo sereno e ad affrontare nel modo migliore possibile le proprie tappe evolutive.

 

“A quei tempi non mi capacitavo cosa fosse questo crescere. Credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire”.
Cesare Pavese

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Il disagio dell’adolescente

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Talvolta, il disagio dell’adolescente mette gli adulti sotto scacco, in una condizione di timore e di impotenza che crea un faticoso stallo nelle relazioni genitori-figli. Essi vorrebbero aiutare i ragazzi a stare meglio, a svincolarsi da situazioni di disagio (siano esse di tipo depressivo, auto o etero aggressivo, di isolamento, di eccesso e sfida al limite o di altro tipo), ma sentono di non sapere quale sia la “strategia” migliore da adottare per aiutare davvero il proprio figlio o, perlomeno, per non peggiorare la situazione. Il vissuto di molti genitori comprende lo stupore e l’incredulità di fronte al cambiamento così violento e drastico della relazione con l’adolescente, che fino a poco tempo prima era così facile e naturale, serena. Le domande che affiorano alla mente di molti papà e di molte mamme riguardano le motivazioni di questo inatteso cambiamento e insinuano il dubbio di avere in qualche modo “sbagliato qualcosa” nell’educazione o nella relazione con i propri ragazzi. Non di rado le insicurezze crescono nel momento in cui si confronta il proprio modo di essere genitore e il modo di essere del proprio figlio con quello di amici o parenti che, almeno apparentemente, non sembrano attraversare alcuna burrasca e il cui figlio adolescente pare vivere con tranquillità la sua importante fase di crescita.
L’adolescenza porta con sé quasi inevitabilmente una certa quota di disagio. I cambiamenti e i compiti evolutivi che i ragazzi devono affrontare sono davvero notevoli: in fondo si tratta di passare da bambini a giovani adulti! Ciò comporta la conquista di tante nuove risorse e potenzialità, ma anche la triste perdita di tutto ciò che significa essere bambini. È un processo che non avviene in un momento, che procede con un andamento altalenante, con grandi passi avanti e momenti di regressione.
Può capitare, però, che l’adolescente senta di non riuscire ad affrontare da solo una fase così delicata sia dal punto di vista emotivo che dal punto di vista relazionale, così come può succedere che i genitori colgano in lui dei segni di disagio e che si chiedano se essi siano parte della normale crescita o di una specifica difficoltà del ragazzo. Esistono poi situazioni in cui ad essere messi in gioco sono aspetti importanti della vita dell’adolescente, come il rendimento scolastico, il rapporto con i pari, gli interessi sportivi, eccetera. O, ancora, ci sono mamme e papà che si chiedono come sia meglio rapportarsi con i propri figli adolescenti per aiutarli a crescere in maniera armoniosa o come possano rendere più armoniosa la relazione familiare.

In tutti questi casi, la consultazione psicologica può essere d’aiuto per accompagnare ragazzi e genitori nel difficile ma bellissimo percorso dell’adolescenza.

Viaggio

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In questo pensiero, seppure così semplice, è custodito un significato enorme, che possiamo leggere anche dal punto di vista psicologico.

Il viaggio della psicologia implica un punto di partenza, certo doloroso, che porta con sé fatica e lutto per ciò che è stato fino a quel momento e che, oltrepassato quel punto di non ritorno, non sarà mai più come prima. D’altro canto, solitamente, la partenza porta con sé anche il sollievo di aver fatto un passo verso la risoluzione dei problemi o verso il proprio benessere. Questo punto, importantissimo, coincide con la prima telefonata e il primo incontro con la psicologa, un momento nel quale il paziente decide di iniziare ad occuparsi di sé e chiede che una persona esperta lo accompagni. In questo viaggio, per l’appunto. Esso si configurerà a partire da quello stesso momento e sarà un’avventura a quattro mani, che la psicologa e il paziente affronteranno insieme. Non importa se durerà a lungo o se sarà breve, uno degli obiettivi del percorso sarà sempre e comunque un cambiamento, uno sguardo nuovo sulla vita e sulle opportunità che essa ci offre, su di sé e sugli altri. Questi nuovi occhi permetteranno al paziente di costruire il suo benessere o di ritrovarlo, per arrivare alla meta del suo viaggio senza le pesanti valigie che portava con sé alla partenza.

La verità

Quante volte capita di sentire dire che la verità è una, unica, oggettiva, indiscutibile. Quante volte le persone si affannano nella sua ricerca, scrutando angoli nascosti della propria e dell’altrui memoria fino alla assoluta certezza di avere trovato “i fatti”, così come sono accaduti, quelli “veri”.

La verità, invece, è assolutamente sfuggente, relativa, inafferrabile, non data ma costruita, non immutabile ma rielaborata e in continua costruzione.

Nelle storie delle persone che ascolto, non trovo mai “fatti”, ma bellissimi lavori in cui azioni, parole e avvenimenti si mescolano con la modalità di funzionamento della persona stessa, con la sua sensibilità e il suo modo di provare emozioni, con le sue difese e la sua personalità, con i suoi affetti e le sue vicissitudini, con la sua sfera cognitiva e con quella emotiva. Vere e proprie costruzioni, talvolta grandiose e imponenti come grattacieli, altre piccole e fragili come capanne, che mi piace osservare e analizzare per poterne carpire i segreti di costruzione, tutto ciò che portano con sé.

La verità è perciò sempre la propria verità, è quella verità che caratterizza i racconti personali e soggettivi dei pazienti, che porta con sé tutta questa ricchezza. La verità dei pazienti è un grande dono, perché con essa porgono a noi psicologi una parte preziosissima di sé. Noi, dal canto nostro, possiamo aiutare i pazienti a “fare ordine” nelle loro verità, costruendo nuovi significati e punti di vista, portando alla luce i tasselli mancanti e permettendo di sperimentare nuove, più serene prospettive.

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L’arte di provare piacere

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Questa bellissima frase ci porta a riflettere su come, a volte, sia molto difficile non solo conquistare ciò che desideriamo, ma anche riuscire a provarne piacere: dapprima il piacere di esserci riusciti, il piacere di aver avuto successo nel tentativo di conquista e, subito  dopo, il piacere che deriva dal rapportarci allo stesso oggetto del nostro desiderio. Che esso sia, infatti, qualcosa di concreto o qualcosa di intangibile, può capitare che, una volta in nostro possesso, perda di interesse ai nostri occhi, oppure che siamo ormai così abituati a rincorrerlo, che non possiamo smettere nemmeno per un attimo di correre per godercelo.

Questi meccanismi, possono condizionare i nostri successi, non permettendoci di viverli appieno o di dare loro l’importanza che realmente meritano.

Situazioni simili potrebbero avere a che fare con l’autostima, che, se carente, può farci sentire di non poterci concedere di essere felici, nemmeno per un istante; con situazioni depressive più o meno importanti, con momenti della vita particolarmente frenetici, con stati d’ansia passeggeri o cronici, con la difficoltà a prendersi cura di se stessi piuttosto che degli altri, e con tanto altro ancora.

La consulenza psicologica, in queste condizioni, può aiutare a fare chiarezza dentro di sè e a favorire una rielaborazione dei nostri vissuti emotivi affinché possiamo finalmente godere pienamente di tutto ciò che ci siamo meravigliosamente conquistati.

Un nuovo sito: nuovi incontri

Vorrei dedicare questo luogo, seppur virtuale, che ho costruito, a tutti i coloro che vorranno cercare informazioni, confronti, che avanzeranno richieste, che avranno il coraggio di mettersi in gioco e anche in discussione, che solleveranno interrogativi e riflessioni, che non si accontenteranno, che parleranno o che staranno in silenzio, che piangeranno, rideranno, si arrabbieranno e si entusiasmeranno. Insieme a me.IMG_8440706681848